L’ULTIMO GIORNO DI AI WEIWEI a Firenze

CONSIDERAZIONI SPARSE. 

Andare a visitare una mostra proprio l’ultimo giorno non è mai una buona idea. Ma negli ultimi mesi ero impegnata a laurearmi e così, tra una cosa e l’altra, ho rimandato fino all’ultimo. Da quando abito a Firenze, mi sono persa ben poche mostre di Palazzo Strozzi (forse una o due), e quelle che ho visto non mi hanno mai delusa (la mia preferita rimane quella su Pontormo e Rosso, seppure non di tematica contemporanea! v.di Recensioni & altri contributi), quindi, anche se in extremis, dovevo vedere anche questa. Devo dire che non mi immaginavo di trovare così tanta gente in fila, visto che le mostre di arte contemporanea di solito non attirano più di tanto la massa, almeno che non si tratti dei soliti Pollock, Warhol o Kandinskij. Fondamentalmente, pensavo che Ai Weiwei fosse sconosciuto al grande pubblico, ma evidentemente o non è così, o Palazzo Strozzi ha consolidato ormai il suo ruolo di prestigiosa macchina produttrice di mostre, con annesse grandi capacità di pubblicizzazione e comunicazione, al punto tale da potersi permettere mostre anche su autori non mainstream. Del resto, un buon museo-galleria-sede espositiva (ecc. ecc.) dovrebbe essere capace proprio di fare anche questo (un applauso a Palazzo Strozzi!). Ma forse Weiwei è il massimo del mainstream, e io non me n’ero ancora accorta. Di sicuro, ambisce ad esserlo e questo in conseguenza del fatto che vuole essere un artista contemporaneo in senso quasi paradigmatico. Nell’opera di Weiwei, si ritrovano fin troppo alla lettera le lezioni di Duchamp e Warhol, con la variante esotica dell’aggiunta di elementi tradizionali della cultura cinese (materiali, oggetti e riferimenti storici) e aggiornate all’era di internet e dei social network. Come altri artisti del filone pop e concettuale degli ultimi decenni, da Jeff Koons in poi, gran parte delle opere di Weiwei viene ideata dall’artista e prodotta da maestranze più o meno artigianali, con l’esito provocatorio di esporre opere che forse non sono nemmeno mai state sfiorate dall’artista stesso.

I pochi commenti che avevo sentito sulla mostra prima di vederla (sinceramente non mi ricordo nemmeno da chi provenissero!) erano praticamente tutti negativi, in particolare per i supposti toni autocelebrativi della mostra. Credo che rivelino una certa miopia di fondo (giuro che non mi ricordo chi me ne abbia parlato. Qualcosa del genere l’ho letto anche sul web, ma qualcuno me ne aveva parlato a voce). Di sicuro Weiwei è un autore paraculo (nel mio blog mi sento di poter usare la terminologia tecnica che ritengo più adatta al caso). Il fatto che riunisca nella sua attività i principali caratteri dell’opera di autori come i tre sopracitati lo conferma (è praticamente impossibile non diventare un artista di successo se ti proponi come un ibrido tra Duchamp, Warhol, e Koons). Al contempo, la componente che ritengo più interessante nella sua opera è proprio l’incessante attività mitopoietica, perpetrata per decenni tramite innumerevoli fotografie di sé stesso e del proprio habitat e reiterate narrazioni autobiografiche sulla propria prigionia e la paranoia di essere costantemente sorvegliato. C’è il sospetto che molto di ciò che afferma non sia per niente vero o sia, quanto meno, gonfiato “ad arte”. Ma alla fine, appunto, è proprio questo il nocciolo della sua arte. Duchamp e tutti gli altri sembrano quasi un pretesto per finire nei musei, e il dubbio che possa essere un millantatore non ha niente a che vedere con il valore artistico, né tanto meno toglie potenza alle sue denunce di carattere politico e sociale (le censure e le forti restrizioni della libertà personale cui molte sue opere fanno riferimento sono certamente esistenti in Cina, che lo riguardino in prima persona oppure no). Ma, il punto è che preferirei decisamente che fosse tutto inventato: nell’era dei social network, dove tutto è falsità e marketing di sé stessi, un artista che voglia interpretare pienamente la contemporaneità deve aver assorbito questo concetto, e lui ci è indubbiamente riuscito.

Alla fin fine, credo che Weiwei non sia certo l’artista più interessante e valido in circolazione, ma ciò non toglie anche che in generale i suoi denigratori (ripeto: parlo anche di cose che ho letto su siti – più o meno – specializzati) non abbiano capito per niente il senso della sua arte.

 

Featured Image: Ai Weiwei, Study of perspective, 2016.
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