ROLAND PENROSE – Collage

Roland Penrose has thought of formulating the problem [of colour] in entirely new terms: up till now, he says, colour has been used for no other purpose than the creation of the image of objects. But what if we tried to use the image of the objects to create colours? 

R. Magritte, P. Nougé, Colour-Colours An Experiment by Roland Penrose, in “London Bulletin”, 17, 15 giugno 1939.

PALLADIO DIMENTICATO – VILLA ZENO a Cessalto

Nel 2014 è stata finalmente restaurata la villa più misconosciuta realizzata da Andrea Palladio. Il motivo risiede certamente nella sua posizione particolarmente decentrata rispetto agli itinerari palladiani, che tuttavia non giustifica le condizioni ignobili in cui l’edificio versava. A dire il vero, come si vede dalle fotografie che vi propongo, il restauro si dimostra appena sufficiente a restituire un minimo di dignità ad un monumento che, in quanto opera autografa del divino Palladio, citata anche nei suoi Quattro Libri dell’Architettura, è doverosamente inserita tra i siti protetti dall’Unesco. Solo la parte centrale del progetto originale è stata realizzata, del quale purtroppo l’originaria finestra termale è stata tamponata. Rimane fedele al progetto soltanto la parte posteriore, con loggia a tre arcate coronata dal frontone classico tipicamente palladiano. Una soluzione unica nell’architettura di Palladio, in cui la loggia si colloca di norma nella facciata principale.

Attualmente, non so se sia stata trovata per la villa una destinazione d’uso adeguata. Credo si sia parlato di farne un albergo o un ristorante lussuoso, cosa che spererei si potesse evitare. Certamente, la sua collocazione nella profonda provincia veneta non consente una grande varietà di alternative. Destinarla, come sarebbe auspicabile, ad usi culturali sarebbe forse impraticabile e troppo dispendioso. Per ora, la villa è raggiungibile tramite un itinerario in bicicletta che attraversa la campagna.

 

Ulteriori informazioni su Villa Zeno: http://richardboscharchitect.com/Villas_of_the_Veneto/Villas_of_the_Veneto/Pages/Villa_Zeno_at_Cessalto.html#0

L’ULTIMO GIORNO DI AI WEIWEI a Firenze

CONSIDERAZIONI SPARSE. 

Andare a visitare una mostra proprio l’ultimo giorno non è mai una buona idea. Ma negli ultimi mesi ero impegnata a laurearmi e così, tra una cosa e l’altra, ho rimandato fino all’ultimo. Da quando abito a Firenze, mi sono persa ben poche mostre di Palazzo Strozzi (forse una o due), e quelle che ho visto non mi hanno mai delusa (la mia preferita rimane quella su Pontormo e Rosso, seppure non di tematica contemporanea! v.di Recensioni & altri contributi), quindi, anche se in extremis, dovevo vedere anche questa. Devo dire che non mi immaginavo di trovare così tanta gente in fila, visto che le mostre di arte contemporanea di solito non attirano più di tanto la massa, almeno che non si tratti dei soliti Pollock, Warhol o Kandinskij. Fondamentalmente, pensavo che Ai Weiwei fosse sconosciuto al grande pubblico, ma evidentemente o non è così, o Palazzo Strozzi ha consolidato ormai il suo ruolo di prestigiosa macchina produttrice di mostre, con annesse grandi capacità di pubblicizzazione e comunicazione, al punto tale da potersi permettere mostre anche su autori non mainstream. Del resto, un buon museo-galleria-sede espositiva (ecc. ecc.) dovrebbe essere capace proprio di fare anche questo (un applauso a Palazzo Strozzi!). Ma forse Weiwei è il massimo del mainstream, e io non me n’ero ancora accorta. Di sicuro, ambisce ad esserlo e questo in conseguenza del fatto che vuole essere un artista contemporaneo in senso quasi paradigmatico. Nell’opera di Weiwei, si ritrovano fin troppo alla lettera le lezioni di Duchamp e Warhol, con la variante esotica dell’aggiunta di elementi tradizionali della cultura cinese (materiali, oggetti e riferimenti storici) e aggiornate all’era di internet e dei social network. Come altri artisti del filone pop e concettuale degli ultimi decenni, da Jeff Koons in poi, gran parte delle opere di Weiwei viene ideata dall’artista e prodotta da maestranze più o meno artigianali, con l’esito provocatorio di esporre opere che forse non sono nemmeno mai state sfiorate dall’artista stesso.

I pochi commenti che avevo sentito sulla mostra prima di vederla (sinceramente non mi ricordo nemmeno da chi provenissero!) erano praticamente tutti negativi, in particolare per i supposti toni autocelebrativi della mostra. Credo che rivelino una certa miopia di fondo (giuro che non mi ricordo chi me ne abbia parlato. Qualcosa del genere l’ho letto anche sul web, ma qualcuno me ne aveva parlato a voce). Di sicuro Weiwei è un autore paraculo (nel mio blog mi sento di poter usare la terminologia tecnica che ritengo più adatta al caso). Il fatto che riunisca nella sua attività i principali caratteri dell’opera di autori come i tre sopracitati lo conferma (è praticamente impossibile non diventare un artista di successo se ti proponi come un ibrido tra Duchamp, Warhol, e Koons). Al contempo, la componente che ritengo più interessante nella sua opera è proprio l’incessante attività mitopoietica, perpetrata per decenni tramite innumerevoli fotografie di sé stesso e del proprio habitat e reiterate narrazioni autobiografiche sulla propria prigionia e la paranoia di essere costantemente sorvegliato. C’è il sospetto che molto di ciò che afferma non sia per niente vero o sia, quanto meno, gonfiato “ad arte”. Ma alla fine, appunto, è proprio questo il nocciolo della sua arte. Duchamp e tutti gli altri sembrano quasi un pretesto per finire nei musei, e il dubbio che possa essere un millantatore non ha niente a che vedere con il valore artistico, né tanto meno toglie potenza alle sue denunce di carattere politico e sociale (le censure e le forti restrizioni della libertà personale cui molte sue opere fanno riferimento sono certamente esistenti in Cina, che lo riguardino in prima persona oppure no). Ma, il punto è che preferirei decisamente che fosse tutto inventato: nell’era dei social network, dove tutto è falsità e marketing di sé stessi, un artista che voglia interpretare pienamente la contemporaneità deve aver assorbito questo concetto, e lui ci è indubbiamente riuscito.

Alla fin fine, credo che Weiwei non sia certo l’artista più interessante e valido in circolazione, ma ciò non toglie anche che in generale i suoi denigratori (ripeto: parlo anche di cose che ho letto su siti – più o meno – specializzati) non abbiano capito per niente il senso della sua arte.

 

Featured Image: Ai Weiwei, Study of perspective, 2016.
Joe the lion
 Went to the bar
 A couple of drinks on the house an' he was
 A fortune teller he said
 "Nail me to my car and I'll tell you who you are"



burden-black-and-white-2

Mi dispiace dover informare Francesco Donadio ∗ che Chris Burden, seppure forse sconosciuto al pubblico di massa, in realtà è stato uno dei protagonisti dell’arte del Novecento (che un appassionato come Bowie non poteva non conoscere). Paura, dolore e forza di volontà sono gli elementi principali di una serie di performance che Burden attuò nei primi anni Settanta, mettendo alla prova la propria resistenza fisica e psichica con modalità estreme.

Five day locker piece (1971)

burden-locker-pieceCome tesi di laurea presso l’Università della California, Burden si chiuse per cinque giorni dentro ad un armadietto degli studenti.

Shoot (1971). 

La sua performance più famosa e certamente la più estrema, per la quale Burden chiese al suo assistente di sparargli ad un braccio.

Trans-fixed (1974)

Per questa performance, che ispirò Joe the Lion di Bowie, contenuta nell’album Heroes, Burden si fece letteralmente crocifiggere ad una Volkswagen.

Come in molti altri artisti degli anni Settanta, nell’opera di Chris Burden c’erano la volontà di sfidare l’establishment e di proporre un concetto di arte che non aveva nulla a che vedere con la bellezza né con l’abilità tecnica, ma piuttosto si poneva prima di tutto come esperienza.

Burden è morto nel 2015, a 69 anni.

∗ F. Donadio, David Bowie. Fantastic Voyage, p. 351.

 

ASCESA E DECLINO DI UN’OPERA EFFIMERA

Novembre 2012. Mimmo Paladino realizza,nell’ambito di Florens, Biennale Internazional di Beni Culturali e Ambientali, un’installazione temporanea in una delle piazze più belle e significative di Firenze, piazza Santa Croce.

L’opera è costituita da una serie di enormi blocchi di marmo di Carrara disposti, in riferimento alla piazza e alla chiesa che la domina, a forma di Croce. Sui blocchi vi sono inoltre dislocati altre sculture e simboli di varia natura. L’intera installazione è pensata per una fruizione certamente attiva, in cui lo spettatore è invitato ad attraversare l’opera, camminarci all’interno e scoprire in questo modo le molteplici prospettive che si aprono sulla piazza.

Cittadinanza e turisti si appropriano subito dell’opera, non solo percorrendola, nella maniera prevista, ma scarabocchiando sui marmi e arrampicandovici sopra. Quest’ultima abitudine comporta infine qualche incidente, in seguito al quale dei sorveglianti vengono posti per vietare ai visitatori di improvvisarsi alpinisti.

 

Un bel giorno, trovandomi a passare di là, quei bei blocchi di marmo mi appaiono come dei giganteschi fogli bianchi da riempire. Credo di essere passata a casa a prendere il materiale. L’immagine da immortalarvi era già chiaro quale doveva essere: l’iconica fotografia di Mick Rock che adorna la copertina di Queen II. La scelta mi doveva apparire appropriata a che perché i Queen in quella foto sono disposti a croce. Inoltre, Freddie Mercury tiene le mani nella classica posizione del cadavere pronto per essere sepolto nella sua bara; gli occhi chiusi e le forti ombre fanno sembrare il suo volto come un teschio: il che mi sembrava certamente appropriato come riferimento alla chiesa di Santa Croce, nota per essere la tomba di numerosi italiani illustri.

Beatrice, la mia coinquilina appassionata di fotografia, ha immortalato ogni momento della creazione. Per fortuna, perché dopo un paio di giorni la mia “opera” era stata cancellata da una bella mano di pittura bianca!